Descrizione dell’episodio
Nata, in un primo momento col titolo "Canzone dal carcere", costituisce il definitivo scioglimento narrativo, la conclusione dell’intera vicenda, riprendendo, musicalmente, i motivi di apertura, per ritornare, parafrasando un’espressione del brano precedente, dopo l’amore, alle carezze... dell’utopia che, sosteneva De André, assieme all’innocenza e alla solidarietà, è oggetto d’invidia da parte del potere nei confronti degli umili. Con la presa di coscienza di una nuova visione per la realizzazione del sogno, l’ex colletto bianco acquista una nuova consapevolezza, che lo porta a considerare con maggiori possibilità di successo l’azione collettiva piuttosto che quella individuale. L’incipit, “é cominciata un’ora prima e un’ora dopo era già finita”, sembra quasi la risposta a “La ricreazione è finita!”, l’espressione usata da De Gaulle allo sfumare del movimento. In un solo mese, quella fiammata libertaria, com’è noto, si spense. Ma durante questa “ricreazione”, quest’ora di libertà, questo brevissimo lasso di tempo in cui poter respirare la stessa aria dei secondini, il protagonista dell’album scopre la parola “collettivo” e la sua importanza. Il Sessantotto, “se non del tutto giusto, quasi niente sbagliato”, palesò, per certi versi, che lo Stato basato sui privilegi per far posto allo Stato di diritto non era ancora finito e lì, in quel luogo di costrizione, in cui a certi parametri sono tutti uguali, egli trova, quindi, il senso di appartenenza ad una comunità, in cui l’io diventa noi. Questa ed un sacco di altre cose l’ex impiegato ha imparato “in mezzo agli altri, vestiti uguali”: ad esempio, che non esistono poteri buoni, citando Evtušenko e il suo Stenka Razin, capocosacco protagonista de La centrale di Bratsk e della rivolta cosacca del 1670, una sorta di Masaniello russo, propugnatore di principi egualitari e dell’abolizione della schiavitù e dei privilegi.