Descrizione dell’episodio
Lo stop, il tiro, quell’attimo di sospensione che segue. Come ogni volta, per cercare di immaginare dove andrà il pallone. È una routine che qualsiasi attaccante ha imparato a fare sua sin dalle prime partite giocate con gli amici, un istante che si dilata all’infinito, tra l’impatto e l’epilogo. Può finire bene, può finire male. Ma c’è anche un caso, raro e sfortunato, in cui finisce malissimo. Il 30 settembre del 2001, dopo il solito controllo e la preparazione del tiro, Enrico Chiesa rimane a terra. È l’ancora di salvezza di una Fiorentina che si accinge a una stagione di sangue e sudore con all’orizzonte lo spettro del fallimento, e che in quel momento scopre quanto è brutto dover scendere a patti con le lacrime. Il tendine rotuleo del ginocchio sinistro è saltato, e di conseguenza anche le speranze viola e di Roberto Mancini, che si era battuto per tenere almeno lui dopo un’estate in cui erano già partiti pezzi giganteschi come Toldo e Rui Costa. Per molti di voi, il nome di Enrico Chiesa è soltanto quello del papà di Federico, che quel giorno del 2001 doveva ancora compiere quattro anni. In realtà, nel suo periodo d’oro, è stato molto di più. Un attaccante che aveva saputo adattarsi al calcio che cambiava, trasformandosi da esterno in punto di riferimento offensivo, fino a diventare un tassello irrinunciabile nel miglior Parma di tutti i tempi. Seppe reinventarsi anche dopo quel terribile infortunio, costruendosi un finale di carriera più che degno, sempre nel segno di un talento troppo spesso sottovalutato e di una forza di volontà che gli ha permesso di essere capitano e gregario, finalizzatore e portatore d’acqua. Tanti giocatori in un corpo solo. Nonostante una stagione più che positiva, lo staff e la dirigenza della Sampdoria ritengono sia il caso di riservargli un altro periodo di apprendistato altrove. Prima Modena, in Serie B, quindi Cremona, in A. Due stagioni da 14 gol l’una e soprattutto l’annata in grigiorosso è decisiva per la sua