Descrizione dell’episodio
Quando raccontiamo le storie dei grandi campioni, quando cerchiamo di riannodare il filo delle loro imprese, ci focalizziamo spesso sui gesti tecnici. Sul colpo a effetto, sul numero, sulla giocata che cattura l’attenzione quando meno ce l’aspettiamo. Facciamo inconsapevolmente passare in secondo piano un aspetto che invece è fondamentale per tutto questo: il corpo. Per ogni gesto tecnico che vediamo, dietro c’è un corpo che deve non solo assecondarlo, ma proprio plasmarlo. Non è solo questione di mente, di intuito, della capacità di leggere in anticipo ciò che sta per accadere. C’è anche un corpo da far funzionare: la giusta coordinazione, lo scatto, il modo di arrivare con i piedi e le gambe sul pallone prima di calciarlo in rete. E sono corpi, quelli dei calciatori, che vengono martoriati dallo sforzo. Una fatica che si protrae per anni, una fatica diversa da quella che siamo abituati a riconoscere in maniera naturale: non è lo sforzo di una persona qualunque che si alza presto per andare a lavorare i campi, un tipo di pressione che riscontriamo in modo immediato, che facciamo nostra per empatia, che ci è familiare. Un pensiero comune è che quelli sono milionari, che è giusto che fatichino ed è ancor più giusto che non si lamentino. La verità è che i calciatori, come tanti altri sportivi, portano il loro corpo a un grado di esasperazione talvolta irreversibile. Ogni scatto, ogni conclusione, ogni colpo di testa, fa alzare l’asticella dell’usura. E poi ci sono i casi estremi, quelli dei calciatori che, per un motivo o per un altro, finiscono per avere ripercussioni sulla loro vita dopo il calcio. È il caso di due meravigliosi centravanti che hanno attraversato gli anni Novanta: nel momento in cui uno dei due iniziava a vivere il momento più difficile, quello che lo avrebbe poi portato a lasciare prematuramente il calcio, l’